sabato 9 novembre 2013

Una fantastica presentazione di Kissmet

Bellissimo commento al mio ultimo libro ... passate a visitarlo! 

http://www.isolaillyon.it/2013/11/09/therry-romano-e-la-sua-romantica-favola-kissmet-baci-dal-passato.html

lunedì 28 ottobre 2013

Ecco qui l'ultima creatura ...


Sinossi
Solange è una ragazza comune: lavoro in una boutique, pochi amici, famiglia lontana. 
Molto razionale e poco incline a credere nella magia o nel sovrannaturale, anche se con il ritorno del suo amico Adam dall'Inghilterra, comincia a fare strani sogni e avere deja-vù di vita che non le appartengono.
Il culmine viene raggiunto quando conosce Brian, studente inglese e amico di Adam, che le crea strani turbamenti, facendo intensificare voci e visioni.
L'arrivo di un dispettoso, anche se tenero fantasma femminile, la costringe a un confronto difficile con un mondo che non conosce, ma anche con i suoi stessi sentimenti.
Sarà pronta la ragazza a mettere da parte le sue perplessità, cercando nel passato di altri personaggi, ma costruendo inconsapevolmente il suo futuro?
Un paranormal che sa tanto di favola e voglia di sognare...


lunedì 18 marzo 2013

Settimana di lettura ...

La Settimana della Lettura" è un’iniziativa promossa dal gruppo "Fantasy Selfpublishers". 
Per una settimana, dal 18 al 24 marzo, ben 18 romanzi in formato ebook saranno proposti al prezzo promozionale di 1,00 euro! 

Questi sono gli autori e le opere che aderiscono all’iniziativa:
Mara Fontana: La Guerra dei Grandi Tumuli
Simone Lari: La Nemesi dei Mondi – L’Ombra della Morte – Nameless: La Notte dei Fuochi
Andrea Tranchina: Il Sigillo di Moira – L’Ultimo Guardiano
Aurora Torchia: Favole del Crepuscolo
Paolo Parente: Il Cristallo di Necros
David Gasperini: La Spada della Luce
Therry Romano: Time Vampires
Chiara Piunno: Il Principe del Drago
P. Marina Pieroni: Bianco e Nero parte I: Il Potere dei draghi
Serena Versari: Angels
Alexandra Romano: A Destiny Prescribed
Maddalena Cioce: Forgotten Times: La Redenzione dei Dannati
Noemi Gastaldi: Il Tocco degli Spiriti Antichi

Volete saperne di più? Visitate il Blog o la pagina Facebook del gruppo:
Blog - http://fantasyself.blogspot.it/
Pagina FB - https://www.facebook.com/FantasySelfpublishers





giovedì 28 febbraio 2013

Estratto da 'Un graffio al cuore'


Capitolo 1




Pioveva copiosamente.
Samuel fissava le gocce di pioggia che, impetuose, si riversavano sull’asfalto e nella loro caduta battevano disperate contro il vetro della finestra, si infrangevano e poi franavano rovinosamente verso la strada.
L’acqua scrosciava furiosamente ed ogni tanto qualche lampo illuminava il cielo grigio, facendo vacillare la compattezza delle nubi.
«Proprio come quel giorno!» si disse sospirando piano e appoggiando la fronte al vetro. «Non si direbbe, ma è già passato un anno.»
Sentiva rimbombare il brontolìo del tuono nel suo cuore, mentre una mano stretta e ghiacciata lo stringeva in una morsa che gli procurava angoscia.
Rivedeva nella sua mente gli occhi gelidi di Francesca che dalla porta lo salutava con un solo cenno della mano, mentre si allontanava a passi veloci verso le scale, senza voltarsi indietro. 
Non era stata la fine della loro storia a renderlo così triste, ma la facilità con cui lei lo aveva liquidato, dicendogli che aveva conosciuto un ‘tipo’ molto brillante, ‘un vero uomo’.
La frecciatina era diretta a quella parte del suo carattere che lei aveva sempre detestato.
Samuel era dolce, tenero, romantico, il sogno di tutte le donne, come avrebbe detto la sua amica Laura con un sorriso ironico, ma ‘troppo zuccheroso’ per Francesca. Lei adorava i tipi ‘machi’ quelli dall’aria misteriosa, bastarda che fanno soffrire una donna e che la tengono sempre sulla corda.
Samuel al contrario era presente, puntuale, premuroso e lei, dopo esserne stata affascinata per un po’, aveva cominciato ad irritarsi e sentirsi schiacciata.
Così quel martedì di fine primavera, senza dire neanche ‘scusa’ lo aveva liquidato sulla porta di casa, come un pezzo di carta lasciato abbandonato su un cassettone e di cui non sapeva cosa farsene.
Invece lui ci aveva lasciato il cuore...
Sospirò di nuovo, mentre avvertiva un rantolo di sottofondo che lo distrasse dai suoi pensieri. 
Zerbino, il suo gatto maculato, si sollevò dal suo rifugio e con una morbida andatura raggiunse la porta d’ingresso. Emise un miagolio, graffiando la porta con la zampina. Ero uno strano suono, a metà tra un miagolio e uno starnuto, molto diverso da tutto quello che aveva fatto fino a quel momento.
Samuel si girò a fissarlo, ma il gattino continuò a lamentarsi, gironzolando sul tappeto su cui era solito accoccolarsi e fissando la porta in attesa che si aprisse.
Anche Palletta, la sua cagnolina, aveva alzato la testa e lo guardò in modo interrogativo.
«Che succede, piccolo?» chiese, riemergendo dai suoi pensieri.
Ma il gattino continuò con quel suo curioso verso, grattando la zampetta alla porta e guardandolo speranzoso.
Incuriosito Samuel si avvicinò e il felino si strofinò alla sua gamba per poi tornare indietro a fissare la maniglia della porta.
«Senti qualcosa fuori? Vuoi uscire?» domandò ben sapendo che il gatto non gli avrebbe risposto, ma non riusciva a trovare una risposta a quel curioso atteggiamento.
"Miaaaoooo, snuff, snuff, maoooaoo’" fece il gattino in risposta, continuando il percorso dalle sue gambe alla porta.
Sempre più perplesso Samuel aprì la pesante porta d’ingresso e con un balzo il gatto si precipitò sul pianerottolo. 
Stette un istante a fissare le scale che scendevano al piano inferiore e poi quelle del piano superiore. Infine, con un balzo deciso, si diresse verso l’alto.
«Ma dove accidenti va?» si chiese sorpreso mentre a piedi nudi lo rincorreva.
Il mistero si infittiva, visto che il felino non era solito uscire dall’appartamento.
Fece una sola rampa e si fermò di botto. 
Sul pianerottolo del piano superiore, davanti ad una porta aperta, c’erano due gambe lunghissime, fasciate in un collant dai disegni geometrici, verso cui si stava precipitando Zerbino.
«Mi spiace signorina Lorenzi, ho cercato di avvertirla, ma la sua segreteria telefonica mi diceva che non era raggiungibile.» stava dicendo la signora Mattei, segretaria dello studio di architettura, alla ragazza dalle lunghe gambe di fronte a lei.
«Non si preoccupi. Purtroppo il mio apparecchio ha qualche problema in questi giorni.» rispose con una voce melodiosa l’altra. «Posso tornare un altro giorno se preferisce.»
«Sarebbe davvero cortese se potessimo spostare l’appuntamento a domani, stessa ora.» convenne con tono sollevato la Mattei. «Adesso devo correre in soccorso dell’architetto, sperando che non sia nulla.»
«Vada pure tranquilla e spero anche io che non sia nulla di grave. Tornerò domani, se non è un problema.» affermò la ragazza. «Per sicurezza, prima di passare, le telefono per una conferma.»
«Lei è davvero gentile, grazie.» accettò l’altra, mentre chiudeva la porta, prendeva la borsa appoggiata a terra e raggiungendo l’ascensore, chiese. «Viene giù con me?»
«No grazie.» sorrise. «Devo recuperare il mio ombrello dalla rastrelliera del piano inferiore. Arrivederci a  domani.»
Le fece un cenno di saluto con la mano e, mentre si girava per ridiscendere le scale, diede un piccolo gridò.
«Ahia! Che diamine…?!»
Samuel si gelò all’istante: Zerbino anziché strusciarsi alla sconosciuta, aveva pensato bene di piantarle le unghie nella gamba e di arrampicarvisi. Stava per recuperarlo, ma la ragazza si abbassò e osservò curiosa il felino.
«Ma ciao, piccolo batuffolo!» sorrise. «Devo dedurre che non ti piacciano le mie calze?»
Ruotò la gamba per osservare lo squarcio che si era ramificato dal punto in cui il gatto l’aveva agganciata e sospirò rassegnata.
«In effetti non piacevano molto neanche a me, ma la mia amica Flavia diceva che avrebbero fatto ‘scintille’ per un colloquio di lavoro… forse non intendeva questo disastro.»
Lo sollevò e il felino si acciambellò sulle sue braccia, strofinando la testa sotto il suo mento, ripetendo il buffo miagolio che aveva fatto precedentemente ed emettendo anche qualche starnuto.
«E vedo che non ti piace neanche il mio profumo.» ridacchiò facendogli una grattatina sotto il mento. «Probabilmente è troppo intenso!… Uhm, se passavo da te prima di venire qui, magari mi evitavi una figuraccia.»
Si girò indecisa guardando le scale per capire da che parte fosse arrivato per poterlo restituire ai proprietari. I suoi occhi incrociarono quelli di Samuel, spalancati a guardarla, mentre spostava il peso del corpo da un piede all’altro.
«Salve!» gli disse. «Presumo che il piccolo assalitore sia suo.»
I suoi occhi percorsero la figura del ragazzo, dai piedi nudi ai pantaloni della tuta bianca, dalla camicia abbottonata per metà che gli lasciava scoperto una parte del petto, ai capelli acconciati in una pettinatura tribale, intrecciati sulla sommità del capo, che scendevano lunghi fin oltre le spalle.
L’insieme parve piacerle e Samuel ebbe la sensazione di essere completamente nudo davanti a lei. In un gesto automatico, si allacciò un bottone, mentre annuiva con la testa e saliva un gradino verso di lei.
«Sì, mi scusi.» rispose. «Zerbino non si comporta mai così. È scappato all’improvviso e non sono riuscito a fermarlo. Mi spiace per le sue calze, gliele rimborserò!»
«Non è successo nulla di grave, stia tranquillo.» gli disse sorridendo. «Anzi, sembra che non siano così belle come pensavo. Zerbino non ha approvato... che nome curioso per un gatto.»
«È dovuto al fatto che sta sempre sul tappetino d’ingresso… insolito, lo so!».
Samuel scrollò le spalle in tono quasi di scusa.
Non riusciva a capire perché si stesse giustificando con una sconosciuta, ma l’immagine delle sue gambe, lo faceva ancora arrossire come se avesse rubato un attimo privato della ragazza.
«Mi piace!» affermò lei, scendendo. Fece un’altra coccola al micio e dolcemente glielo passò «È veramente un bell’esemplare.»
Samuel sorrise deliziato, raccogliendolo. Zerbino invece non sembrò felice di cambiare braccia. Miagolò per protesta, ma poi accettò la situazione, guadagnando un’altra carezza da entrambi. La mano di lei sfiorò involontariamente anche il braccio nudo del ragazzo.
Samuel sentì un dolce brivido percorrergli il punto di contatto e sollevò il viso verso il suo.
Aveva due occhi luminosi, color nocciola ma leggermente spruzzati di verde, molto simili a quelli di un felino; i capelli color cioccolato, brillanti, lunghi fino alla vita, che si arricciavano alle punte in morbide onde. Il suo viso era truccato leggermente, gli zigomi messi sapientemente in risalto e gli occhi ombreggiati da una matita color fumo. Era piacevole da guardare, ma quello che lo colpì fu il sorriso: aveva denti bianchissimi, dietro una bocca carnosa, sottolineata da un gloss perlato.
«Io sono Samuel!» disse allungando la mano e distogliendo gli occhi dai suoi.
«E io sono Eliza, ma tutti mi chiamano Liz!» rispose, prendendo la sua mano e stringendogliela tra le dita lunghe e affusolate.
«Mi spiace sul serio Liz per il disastro che ha fatto Zerbino. Ti ha ferita?» chiese premuroso.
«No, tranquillo. È stato solo un pizzico!»
«Ti rimborso il danno!» ripeté convinto, abbassando lo sguardo verso la calza smagliata.
«Non se ne parla!» rispose decisa. «È stato un incidente.»
«Ma non puoi uscire così!»
«Qualcosa da ridire sul mio look da gotica?» rise la ragazza, inarcando un sopracciglio. «Uhm, devi essere un snob sul modo di vestire.»
Samuel la fissò perplesso, ma si accorse che ridacchiava e si rilassò.
«Ma no, figurati. Mi spiace che abbia rovinato il tuo bel completo... Sei una cliente dello studio?»
«No, sono venuta per un colloquio di lavoro.» rispose Liz scuotendo la testa. «Ma l’architetto ha avuto un piccolo incidente e la segretaria ha dovuto raggiungerlo di corsa.»
«Spero nulla di grave.» si informò Samuel.
«Pare di no.» lo tranquillizzò. «Non voglio sembrare insensibile, ma non vorrei perdere un possibile datore di lavoro prima che mi abbia dato una possibilità.»
Risero entrambi, mentre Zerbino aveva cominciato a ronfare.
«Ma guarda che tipo!» rise Samuel fissando il gatto. «Combina un disastro e poi si mette a dormire.»
«Beato lui!» sospirò Liz. «Io ho una giornata lunga da affrontare… Piove ancora fuori?»
«A dirotto.» mormorò il ragazzo, fissando la finestra che vedeva dalla porta aperta «Dove sei diretta?»
«All’altro capo della città.» ribatté lei. «Devo trovare un posto in cui cambiarmi d’abito, perché così vestita non attraverso neanche la strada senza inzupparmi fino al midollo!»
«Vuoi usare il mio bagno?» le chiese gentile.
«Davvero mi faresti questa cortesia?» domandò sorpresa.
«È il minimo che possa fare per sdebitarmi.»
«Grazie davvero! Non hai idea del favore che mi stai facendo.» rispose felice, appoggiandogli la mano sul braccio con calore.
Samuel sorrise dolcemente, come se avesse fatto il gesto più nobile che un cavaliere medievale potesse offrire ad una principessa in difficoltà.
Spinse la porta d’ingresso, invitando la ragazza ad entrare e appoggiò il gatto nella sua cesta, accanto alla poltrona.
Liz entrò quasi timida, rimanendo incantata a fissare le ampie volte del soffitto altissimo con travi a vista, su cui erano stati incassati, con una perizia d’artista, le lampade d’illuminazione. Si guardò intorno, facendo scorrere lo sguardo sull’ambiente unico dell’appartamento, interamente arredato in bianco ed acciaio, che dava all’insieme una prospettiva di profondità e di purezza. 
Al fondo della sala partiva una scala in acciaio che portava al piano superiore soppalcato su cui erano disposte, presumeva, le camere e la zona notte.
«Prego, da questa parte.» la distrasse Samuel, indicandole la bellissima porta cesellata con mosaico floreale che si apriva alle sue spalle.
Liz lo fissò un attimo e ringraziandolo con un cenno della testa, prese la sua ampia borsa e si recò nella stanza indicata.
Quando sparì oltre la porta Samuel sospirò, rilassando un attimo le spalle e lo stomaco: che strana situazione! 
Qualche minuto prima era lì a guardare la pioggia e a crogiolarsi nel suo dolore e ora sorrideva tra sé pensando alla ragazza che era nel ‘suo’ bagno. Lanciò un’occhiata al gatto che continuava a dormire imperterrito e scosse la testa. 
Si allontanò di qualche passo e sentì la porta aprirsi alle sue spalle.
Stava per chiederle se avesse bisogno di qualcosa, ma il suo sguardo si fermò su una perfetta sconosciuta.
Liz lo guardò e poi cominciò a ridacchiare.
«Guarda che mi hai fatto entrare tu. Te lo ricordi?» disse appoggiando una mano sul fianco.
«Come diamine hai fatto?» balbettò continuando a guardarla, dalle scarpe bianche di ginnastica, ai jeans, la maglietta bianca e la giacca di tela con cui era vestita. Il viso, completamente struccato, era di un bianco quasi lunare e i capelli raccolti in una coda alta la rendevano completamente diversa dalla ragazza che era entrata.
«Basta avere un borsone capiente, salviettine per il trucco, poco tempo a disposizione e una discreta abitudine a cambiarsi in fretta!» rise Liz, sollevando la borsa e facendogli l’occhiolino.
«Da non crederci! Hai impiegato… quanto? 5 minuti? Di meno?» chiese guardando l’orologio da parete per poter avere un riscontro oggettivo.
Liz rise a voce bassa con un suono molto melodioso; si avvicinò lentamente e gli fece una carezza sul braccio.
«Non ne ho idea, ma sono molto allenata. Tu invece, principe, frequenti gente maleducata se ti fa sempre aspettare.»
Senza preavviso, gli scoccò un bacio dolcissimo sulla guancia e si avviò verso la porta, soffermandosi solo per fare una carezza a Palletta che si era avvicinata curiosa e una coccola a Zerbino che aveva sollevato la testa nel sentirla arrivare.
«Grazie ancora per l’ospitalità, ma devo scappare. Così recupero del tempo e vedo di prendere al volo il tram. Se tutto dovesse andare bene, ci rivedremo ancora.»
Con un ultimo sorriso e un cenno della mano, aprì la porta e sparì oltre di essa, chiudendola alle sue spalle.
Samuel rimase fermo in mezzo alla sala, si portò una mano al viso perplesso, sorridendo e scuotendo la testa. No, non gli era mai capitato un ciclone come Liz nella sua vita e sperava che l’architetto l’assumesse per poterla rivedere ancora.
Si avvicinò alla finestra e guardò in strada, dove la vide correre veloce, cercando di coprirsi con un ombrello multicolore, per prendere al volo il mezzo pubblico che si era appena fermato accanto alla pensilina.
Quasi come avvertendo un richiamo, la ragazza alzò la testa verso la sua finestra, attese un attimo e poi agitò l’ombrello in sua direzione in segno di saluto.
«Ciao Liz!» sussurrò Samuel agitando la mano. «Hai portato un po’ di arcobaleno in questa mia giornata.»
Seguì il tram con lo sguardo finché non lo vide sparire al fondo del viale, decidendosi solo allora ad andare nella sala attrezzata a palestra per provare il pezzo di cui stava preparando la coreografia per il saggio di hip-hop che la sua scuola doveva allestire.
Samuel adorava il suo lavoro, anche se gli era costato tempo e fatica. Ma vedere ora l’allestimento del suo spettacolo, con le musiche che lui adorava, lo faceva sentire bene. 
Aveva ottenuto il finanziamento per aprire la scuola di danza in cui si era fatto trascinare anima e corpo dal suo amore per la danza, il movimento, quel miscuglio di suoni ed armonie che muovevano il suo corpo. 
Con un movimento fluido si tolse la camicia gettandola sulla sedia, si avvicinò allo stereo e mise su una canzone di Sean Paul, Hold my hand e, appena partite le note, iniziò a danzare. 
Non era una canzone dal ritmo forsennato, tipica del cantante, ma con la sua cadenza lenta, dava pace alla mente e riportava fluidità al corpo. Continuò a danzare e senza che se ne accorgesse, lentamente il sole calò su quella strana giornata.

... continua ....


Estratto da 'Time Vampires'

Capitolo 1


Kira odiava la nebbia! E quella mattina ce n’era fin troppa per i suoi gusti.
Rabbrividì, stringendosi addosso il lungo impermeabile nero, più per la disagevole sensazione che provava che per il freddo.
La nebbia la faceva sentire ‘persa’. Era come essere avvolta nel magico mondo di Alice in Wonderland, dove all’improvviso poteva apparire un essere sconosciuto, ma anziché proporre magie, le avrebbe regalato i suoi incubi peggiori.
La odio! si disse mentalmente, mentre si apprestava a raggiungere l’edificio grigio, dove l’aspettava Max, il suo capo.
Si guardò attorno perplessa, scrutando pensosa il comando di polizia situato in un vecchio palazzo vittoriano, la cui facciata era scurita dallo smog e dalle intemperie e chiedendosi per l’ennesima volta perché fosse stata convocata in quel posto.
Di solito, per lavoro non si confrontavano mai con le forze dell’ordine, né collaboravano con loro e questo imprevisto incontro la incuriosiva, ma la preoccupava allo stesso tempo.
Lei apparteneva a una squadra 'fantasma', alle dipendenze di una organizzazione privata e svolgeva ruoli di recupero dati oppure di ripulitore, un termine molto blando per definire il suo compito di pulizia quando avvenivano operazioni cruente o di cui i governi dello stato in cui lavoravano non dovevano essere informati.
Producendo un lieve sbuffo di vapore, varcò la porta d’ingresso.
La sala d’aspetto era come un formicaio nell’ora di punta: agenti che entravano ed uscivano, donne praticamente svestite che riempivano di insulti il piantone di turno chiedendo di essere rilasciate o telefonare a casa; giovani avvocati d’ufficio dall’aria distrutta che vagavano da una scrivania all’altra, trascinando voluminosi dossier… 
Peggio del mercato rionale quando si riuniscono le massaie!  sorrise Kira, dirigendosi al banco del piantone per chiedere indicazioni.
«Ehi, cerca di metterti in coda, carina!» l’apostrofò bruscamente una rossa provocante, con il mascara e la matita colati sul viso dopo le lunghe ore di attesa, cercando di allontanarla con uno spintone.
Kira evitò abilmente di essere toccata e le lanciò un’occhiata gelida, facendole bloccare sorpresa il braccio a mezz’aria. 
Poi, come nulla fosse accaduto, chiese al poliziotto anch’esso sorpreso dove potesse trovare il detective Cobain. L’uomo scrutò il suo viso in cerca di indizi che la identificassero, ma infine le indicò di seguire una linea rossa dipinta sul pavimento che l’avrebbe portata direttamente dalla persona che cercava.
Con un tenue sorriso Kira si incamminò facendo sollevare numerosi sguardi in sua direzione.
Sapeva di essere abbastanza appariscente con i suoi lunghi capelli biondi, di un colore quasi lunare e gli occhi blu profondo, gli zigomi come scolpiti nel granito. La silhouette perfetta era modellata in un jeans fasciante e una dolcevita nera, mentre il suo incedere ricordava una elegante, ma letale pantera.
Varcò la porta e fece scivolare lo sguardo sui presenti: c’erano tre uomini e una donna, impegnati in una conversazione molto serrata.     
La donna, il detective Cobain, seduta ad un lato della scrivania, faceva domande a cui Max rispondeva con garbo e meticolosità.
Si interruppe un attimo quando percepì la sua presenza e voltando appena la testa, la presentò:
«Mia nipote Kira!»
«Nome insolito!» mormorò la detective, valutando la nuova entrata.     
«Orientale!» replicò la ragazza con una smorfia, come a sottolineare che aveva sentito quella battuta tante volte.
«Uhmm… Signor Kaminski, come le dicevo, vorremmo avere da lei alcune informazioni sul professor Krainager. Sappiamo che siete amici di vecchia data…» 
«Sì! Klaus ed io ci conosciamo fin dal liceo e abbiamo fatto anche alcuni anni di college presso lo stesso campus, anche se poi abbiamo preso specializzazioni diverse. Già a quei tempi era un autentico genio.»
«Da quanto tempo non lo vedeva?»
«Un paio di mesi circa. Sono stato via per lavoro e lui era molto preso dai suoi studi.… Non so se ne siete al corrente, ma è stato candidato al premio Nobel per le sue ricerche sul genoma e le variazioni cromosomiche.»
«Sì.» affermò la donna, sfogliando i vari fascicoletti sparsi sulla scrivania. «Aveva nemici, che lei sappia, o motivi per cui potesse pensare di porre fine alla sua vita?»
«Klaus?? No!… Era un uomo che amava la vita, anche se negli ultimi due anni aveva avuto un grande dolore che l’aveva provato molto.» rispose scuotendo la testa con vigore.
«Allude a sua figlia?» 
«Già!» 
Max sospirò con dolore, passandosi una mano sulla fronte.
«La morte di Aghata l’aveva completamente distrutto. Sa, non è stato facile per lui allevare una bambina da solo, tutto preso com’era dai suoi studi, ma aveva superato il problema con grande bravura.»
«Non aveva una moglie, una compagna?... La mamma della piccola, ad esempio?»
«No, Aghata era nata da una madre ‘surrogato’. Klaus desiderava un bambino, ma non aveva tempo per le ‘relazioni umane’, per così dire!… Si era rivolto ad un’agenzia specializzata e dopo qualche tempo mi aveva chiamato tutto entusiasta, presentandomi la bambina!»
«Cosa è successo alla piccola?» chiese uno degli uomini, facendo annotazioni su un notes.
«Morbo di Batten!» Max sospirò. «Si è manifestato verso il quinto anno di vita. Quando l’ha scoperto, Klaus ha cominciato a lavorare instancabilmente per due anni per poterla salvare, ma senza successo. Davvero un colpo per lui che aveva trovato la soluzione per salvare tanta gente, ma non l’unica persona che più amava al mondo!»
Gli agenti si scambiarono una breve occhiata e poi, lentamente, da una busta gialla, la detective prese una busta trasparente, contenente un foglio staccato da un blocco degli appunti e su cui era vergato qualcosa con una grafia nervosa.
Max guardò brevemente la busta che gli veniva passata sul tavolo e chiese:
«Che cos’è?»
«L’hanno trovata sul tavolo accanto al corpo. Sulla busta che conteneva il foglio, c’era il suo nome, professore.» 
Fissò per qualche attimo la Cobain e poi, lentamente, alzò la busta per un lembo e la studiò con attenzione.
Era un normalissimo foglio staccato da uno dei tanti notes che Klaus utilizzava per i suoi appunti accompagnato da una busta bianca, su cui c’era appuntato ‘Per Max Kaminski’. Sul foglio quadrettato invece c’era un’unica parola ‘Aghata’.
«Che significa?» chiese riportando lo sguardo sulla donna.
«Speravamo che ce lo dicesse lei!»
«Non capisco! Se Klaus avesse voluto dirmi qualcosa, non mi avrebbe lasciato solo questo nome!»
«Forse pensava che almeno lei avrebbe capito…»  azzardò uno degli uomini, con voce partecipe.
«Vuole dire che questo spiegherebbe un ultimo gesto disperato? Un uomo distrutto che, dopo due anni dalla morte della figlia, decide di farla finita? Mi perdoni, ma non ci credo!»
«Non tireremo conclusioni affrettate, professore. Le prometto che controlleremo ogni indizio, ogni pista, ogni dichiarazione!»
«Bene! Attendo sue notizie, allora, detective.»
Con un gesto secco Max si alzò e, dopo aver stretto la mano alla donna, seguito da Kira, si affrettò a lasciare la sala e l’edificio.
La ragazza lo seguì senza far domande, aspettando che fosse lui ad iniziare qualsiasi discorso, compreso il motivo per cui l’avesse voluta con lui.
Arrivato sul marciapiede, Max tirò su il bavero del cappotto e sospirò, producendo una leggera nebbiolina. Attese qualche secondo e poi si incamminò verso la sua auto parcheggiata sul lato opposto della strada.
Senza attendere istruzioni, Kira si sedette al posto di guida, attese che lui si accomodasse in quello del passeggere e, dopo un’occhiata allo specchietto retrovisore, si inserì nel traffico ancora abbastanza scorrevole.
«Ho una missione per te!» esordì Max alla fine.
«Cosa vuoi che faccia?» chiese senza neanche guardarlo.
«Faccio qualche telefonata e poi, se ho le risposte che cerco, tu dovrai partire.»
«Nessun problema!» 
«Kira... questa volta è una cosa non ufficiale!» disse voltandosi verso di lei. «Farai riferimento solo a me!»
La ragazza gli lanciò un’occhiata veloce, ma seria, prima di riportare lo sguardo sulla strada e fermarsi ad un semaforo.
«Mi darai qualche dettaglio?»
«Credo che tu abbia capito cosa sia successo… Qualcosa non torna, Kira! Né la morte di Klaus, né le circostanze, né quel biglietto. Ho bisogno di sapere la verità! Credo che quella scritta sia una richiesta di aiuto, ma non so ancora di chi e per cosa!… Lo farai?»
Per la prima volta da quando lo conosceva, Kira notò una piccola incrinatura nella sua voce che la sorprese: Max non era tipo da mostrare una benché minima emozione.
Forse era il dolore della perdita dell’amico o forse qualcosa che lei al momento non capiva, ma decise che non le importava.
«Aspetto il tuo ‘via’!» asserì tranquilla, inserendo la marcia e ripartendo in direzione della periferia.


Dal capitolo 3




Damien sospirò guardandosi intorno: aveva un bisogno disperato di energia per sopravvivere e tutte quelle persone che si muovevano in modo vorticoso intorno a lui, contribuivano a risucchiargli le ultime briciole di vita.
Osservava da secoli la razza umana e ancora non riusciva a capire perché fossero sempre di corsa: correvano per nutrirsi, per divertirsi, per combattere. Persino per amare.
E non avevano imparato nulla da tutta la loro storia…
Un movimento fluttuante provocato da un palloncino nell’aria tenuto da un sottile filo da una manina paffuta, attrasse il suo sguardo. Era di un arancione brillante, caldo, con la membrana sottile che disegnava un ovale perfetto e, soffiato dal vento effettuava un dondolio quasi ipnotico.
Damien si sentiva leggero, proprio come quel corpo fluttuante, privo di peso. Sarebbe volato via libero, se solo non ci fosse stata quella manina a trattenerlo.
Anche lui aveva la sensazione che se non ci fosse stata la panchina a sorreggere il suo peso, si sarebbe dissolto.
Con uno sforzo enorme riportò il suo sguardo verso il basso a fissare le sue mani e alzò un sopracciglio: stavano scomparendo!
Sospirò. Doveva decidersi ad alzarsi e andare alla ricerca di energia prima di essere solo un ricordo. 
Ricordo?
Damien ci rifletté ed arrivò alla conclusione che non poteva essere neanche un ricordo visto che la gente intorno a lui non lo vedeva, soprattutto quando, come in quel momento, non era che uno spettro trasparente.
Se la gente sapesse che essere sono, si metterebbe a ridere! 
Stirò le labbra in un sorriso amaro, ma non accennava ad alzarsi.
Ce l’avrebbe fatta? O forse la stanchezza che sentiva dentro, il vuoto che lo stava sempre più inghiottendo lo avrebbe convinto a rimanere su quella panchina in attesa che diventasse una particella di quel vecchio, consumato, inutile universo?
«Mi piacerebbe avere un palloncino. Possiamo, mamma?»
Il tono dolce, poco mieloso e soprattutto così rispettoso, gli fece aprire gli occhi.
Una bambina minuta, con una cascata di riccioli neri che le incorniciava il bel viso e gli occhi profondi, stava guardando nella sua direzione con un’aria sognante.
«Ma certo, tesoro! Che colore ti piace?»
«Non lo so, mi piacciono tutti!» 
Damien guardò in alto ad osservare gli oggetti svolazzanti e pensò: Rosso!
«Rosso!»  esclamò la bambina. «Sì, rosso!» 
L’uomo sorrise: aveva sempre avuto feeling mentale con i bambini.    
Osservò ancora un momento quei riccioli e sentì il vuoto aumentare dentro di sé. Conosceva la storia della piccola e sapeva che a breve la sua vita sarebbe terminata. Aveva assorbito energia dalla sua mamma ed insieme aveva ricevuto i suoi dolorosi pensieri. Sapeva che questo era il triste disegno del fato ed ogni volta si rammaricava che giovani fiori così delicati avessero vita breve, ma non poteva porvi rimedio.
O meglio, lui cercava in un certo senso di portare un fragile equilibrio in quella che era la giustizia secondo l’uomo, assorbendo energia da persone che non meritavano occasioni o di vivere, ma era solo una fugace illusione.
Le regole erano poche, ma molto ferree: poteva assorbire l’energia vitale dal genere umano, ma senza causarne la morte; non doveva interferire con le loro leggi, ma soprattutto non doveva svelare la sua natura a nessuno.
«È bellissimo!» esclamò la bambina con un sorriso estasiato, stringendo il filo in una mano e guardando il suo palloncino svolazzare mosso dal vento «Vero, signore?» 
«Davvero.» annuì.
Alzandosi lentamente, le passò una mano leggera sui capelli in un’ultima carezza.
Il suo tempo stava finendo come quello della piccola e vigliaccamente l’istinto di conservazione lo aveva scosso da quel torpore. 
Si concentrò un attimo fissando i contorni delle persone intorno a lui. Ognuna di esse aveva una specie di leggera nebbia intorno al corpo, di colore diverso a seconda della loro natura, vittima o predatore, che indicava a Damien e i suoi simili, anche il livello di energia che avevano.
Già, perché erano gli esseri umani e la loro energia, il loro ‘cibo’, il loro sostentamento.
Damien era uno dei vampiri ancora ‘viventi’ appartenente alla stirpe di Kairos, ossia coloro che dominavano il ‘tempo di Dio’
Erano esseri antichissimi che, come l’essenza della parola greca indicava, occupavano un ‘tempo di mezzo’ ossia una dimensione che si incrociava con quella dell’uomo, ma senza veramente farne parte.
Al contrario della figura mitologica del vampiro, essere che succhiava sangue agli umani per prolungare la sua esistenza pur essendo praticamente morto, i Kairosyani si nutrivano della parte più preziosa dell’essere umano, ossia il suo tempo.
E tanti di loro, pur essendo stati umani un tempo, avevano perso il ricordo di tutto ciò, quando erano stati trasformati in strumenti per la vendetta ‘divina’.
Un brillìo tenue, di una carica sfumatura d’azzurro catturò la sua attenzione e, concentrandosi sull’obiettivo, con un leggero movimento del capo spostò il suo corpo o quello che ne rimaneva, verso la vittima.
Arrivò alle spalle della giovane donna che sedeva all’ombra del monumento. Era assorta a guardare il campanile della piazza, mentre dava un morso svogliato all’hot-dog che aveva comprato al chiosco.

... continua ...

Estratto da 'Il matrimonio della cugina'


Capitolo 1

«Ma io non ci voglio andare!»
Con tono tagliente avevo ribadito quale fosse la mia posizione.
«E la buona educazione?» aveva ribattuto mia mamma con aria scandalizzata, alzando il sopracciglio e stringendo le labbra in segno di disapprovazione
Ma io stavolta non avrei ceduto. Assolutamente no!
Non avevo alcuna intenzione di calmare i suoi sensi di colpa, trattenendo i rimbrotti e facendo buon viso a cattivo gioco.
Così mi sentivo autorizzata a ripetere: ‘Io non ci voglio andare!’


Giro infastidita il viso verso il finestrino, oltre cui il paesaggio corre ad un ritmo indiavolato, portandomi sempre più velocemente verso il luogo che ha scatenato, secondo lei, questa mia ‘irrazionale’ irritazione.
Certo, perché a 24 anni, essere presa, impacchettata e spedita al paese natio (suo!) per partecipare al matrimonio della figlia della sua terza cugina, doveva farmi sbocciare nel cuore un sorriso estasiato al solo pensiero di essere stata invitata.
Ma chi la conosce la sposa? Ma soprattutto, chi conosce anche la sua terza cugina?
A dire il vero trovavo divertente da piccola questa famiglia sterminata di mia mamma, con tutte quelle sorelle, fratelli, cugini, nipoti, nonni, zii e altre figure circostanti che non sapevo neanche esistessero nell’albero genealogico, solo perché, quando andavamo a trovarli, era come trovarsi al centro di una festa paesana di cui io ero la protagonista.
Tutta quella gente che voleva parlarmi, toccarmi, baciarmi, regalarmi qualcosa o offrirmi cibo e ristoro, mi faceva sentire amata e protetta.
Ma andava bene perché durava solo fino alla fine dell’estate quando, dopo un mese di selvaticismo più totale, potevo rientrare a Torino, felice di avere qualche storia interessante da raccontare ai compagni di scuola.
E loro ascoltavano attenti, sospirando alle mie marachelle commesse in compagnia dei più pittoreschi elementi paesani, pendendo dalle mie labbra, non come se fossi stata in un paesino del sud Italia, ma come se avessi affrontato i leoni e le tigri nel safari africano.
Eh sì, di quei momenti ne facevo il mio scudo per l’intero anno scolastico, accrescendo la mia fama di ragazza avventurosa che mi teneva lontana dalle angherie dei bulli o dagli sfigati della scuola.
Ma poi col tempo le visite si erano diradate, dovute a litigi o alla morte di qualcuno degli anziani della famiglia che avevano contribuito a cementare quella fusione estiva.
Quando andavo alle superiori già non tornavamo più al paese, ma ci concedevamo una decina di giorni sulla Riviera Romagnola e la caccia al ragazzino più bello della spiaggia, cancellava il ricordo delle scorribande con i cugini.
Tutto era finito quando era mancata Letizia, la sorella maggiore di mia mamma. 
La nonna si era ammalata, le altre sorelle avevano indetto un ‘consiglio familiare’ per accordarsi su chi la dovesse accudire, visto che la zia fino a quel momento era vissuta in casa con lei.
Di quel breve ritorno in quella casa, ricordo solo facce lugubri, litigi, insulti gridati a gran voce e le lacrime della mamma.
Ero rimasta annichilita nel vederla così. 
Mia mamma è la tipica madre del sud, con un gran cuore, l’immancabile grembiule annodato sui fianchi, la cucina che sforna cibo 24 ore su 24, letti che crescono come formiche, ma soprattutto un sorriso perenne…
… A parte quando è disgustata dalla mia ‘cattiva educazione’.
Ma quel giorno l’ho vista sconvolta, piegata su sé stessa in un pianto silenzioso. Le lacrime che rotolavano giù dalle sue guance, cadevano sul mio cuore come macigni pesantissimi.
Eravamo ripartiti abbastanza in fretta, senza salutare nessuno e non eravamo più tornati.
Ho provato col tempo a farmi spiegare, a cercare di capire cosa potesse essere accaduto in quel momento, ma avevo trovato un muro.
«Io non ho più una famiglia!» era stata la sua lapidaria risposta e non me l’ero più sentita di affrontare l’argomento.
Da quel momento erano passati 11 anni e avevo dimenticato persino l’esistenza del paese sulla carta geografica dell’Italia, fino all’arrivo di una telefonata dove le parole in italiano e quelle dialettali,  di cui non conosco né il suono, né il significato, si confondevano in un discorso che aveva il fascino di un segreto di stato.
Qualche giorno dopo era giunto il maledetto invito a partecipare al matrimonio della suindicata cugina per la quale mia mamma aveva dimostrato un eccessivo entusiasmo che aveva scatenato in me una insana curiosità.
Ma come, mi chiedevo, mi aveva detto di aver cancellato la famiglia e poi così, dal nulla, decide di andare al matrimonio di una nipote di cui neanche sapeva l’esistenza?
«E chi è questa che si sposa?» avevo chiesto casualmente.
«Enzina! Te la ricordi?»
«Neanche di striscio!» avevo ammesso scrollando le spalle.
«Ma sì, la figlia di Sisina mia cugina. Quella bruna, con gli occhi castani e le trecce lunghe…!»
«A parte il fatto che non ricordo neanche chi sia ‘Sisina’, dalle tue parti hanno tutti gli occhi castani, i capelli scuri e portavano le trecce. Avevamo 8 anni allora!» avevo protestato.
«Mia cugina è la figlia di zio Filuccio, il fratello di mio padre. Ma come fai a non ricordarti? Quella volta che siamo venuti a recuperarvi nel forno a legna della fattoria… C’era anche quel bambino… come si chiamava?» mi aveva chiesto sciorinando eventi e nomi di cui non conoscevo l’esistenza.
E poi… come nel forno? Mi ero talmente sentita coinvolta dalla storia nazista da infilarmi spontaneamente in un forno a legna?
Avevo il sospetto che stesse cercando di appiopparmi ricordi non miei…
Comunque, sorvolando sul suo strampalato discorso, tutti quei nomi non avevano fatto scattare in me alcun ricordo, pertanto non riuscivo ancora a capire chi fosse questa fantomatica sposa.
Ma alla fine di tutto, cosa me ne importava? Tanto era lei a doversi sobbarcare quasi 900 chilometri per raggiungere il paese.
Non la invidiavo visto che, curiosando nella busta dell’invito, più che un matrimonio, sembrava di partecipare ad un evento o a una fiera.
Erano previsti circa tre giorni di preparativi, compresa festa di addio al nubilato e visita a casa della futura signora per visionare ed apprezzare il famoso corredo che la zia Sisina aveva personalmente cucito e ricamato.
Immagini di persone che giravano con un piatto di cavatelli al sugo in mezzo a chilometri di cotone intagliato e ricamato, mi metteva i brividi.
Ma avevo presto dimenticato tutto nel giro di qualche giorno fagocitata dal lavoro che mi aveva completamente assorbita.
Ero stata molto fortunata quando, dopo la laurea in informatica, avendo deciso di dare una mano ad un mio compagno di corso con il suo assurdo progetto sviluppato sin dalle superiori, avevo trovato lavoro presso un’azienda privata che si occupava di progettazioni e produzione di piccoli oggetti di uso quotidiano per persone con disabilità.
Davide era un sognatore e uno smanettone informatico, binomio pericoloso, se lo si associa alla sua voglia di fare. Mi aveva riempito la testa sin dal secondo anno di liceo scientifico con i suoi progetti, con la sua continua voglia di cambiare il mondo, coinvolgendomi in vari lavori che proponeva ai laboratori della scuola e ai progetti didattici regionali e nazionali.
C’erano state tante soddisfazioni quando le nostre ‘creature’ erano state premiate, ma ricordo anche vari momenti imbarazzanti quando si erano ribaltate, avevano fallito o peggio, ci erano esplose in faccia.
Ogni momento però era stato coronato dalle nostre risate e dalla nostra amicizia che si era sempre più consolidata.
Non erano mancate le battutine su una nostra presunta storia d’amore, ma benché trovassi confortante la sua presenza e la sua bontà, non sarebbe mai stato ‘il grande amore’.
Sapevo che Davide provava per me qualcosa di più di una semplice amicizia, ma quando attaccavo con la storia dell’amore da favola o del principe azzurro, sospirava, si batteva una mano sulla fronte e con tono paternalistico mi consigliava di riportare il cervello a lavorare in modo razionale e pensare di trapiantarmi un cuore artificiale con valvole che funzionassero senza fronzoli.
Capivo il suo atteggiamento prettamente razionale, considerato che era figlio di genitori separati da cui era stato lasciato a vivere quasi sempre da solo presso il convitto studentesco e che vedeva due o tre volte all’anno. Neanche le vacanze le trascorreva con qualcuno di loro, ma era inviato presso dei nonni nel Veneto da cui trascorreva quel che rimaneva dell’estate.
Ogni volta che pensavo a Davide, mi veniva da fare il paragone con Harry Potter e mi si chiudeva lo stomaco dal dolore.
Quando finalmente si era iscritto all’università, era andato a vivere con un amico poco distante da casa nostra e, grazie al grande cuore della mamma, tanti erano i periodi che passava in casa nostra, integrandosi perfettamente e ricambiando l’affetto e l’ospitalità, disseminando i suoi deleteri aggeggi per tutta la casa, col pretesto di voler alleviare il lavoro casalingo della padrona di casa.
Come quando aveva montato un rudimentale tritarifiuti al cestino sotto il lavello… 
Ricordo ancora le urla di terrore della mamma quando, aprendo l’anta del mobile per gettare gli avanzi del pranzo, si era trovata di fronte ad un mostro fumante che cercava di azzannarle la mano.
Davide si era scusato fino a tarda notte, ma aveva accettato di essere ospitato in modo ‘gratuito’ onde evitare altri problemi. 
Da quel giorno si era presentato solo con bottiglie di vino o dolci, attentando alle coronarie di mio padre e alla mia linea, ma avevamo sorvolato, onde evitare di pensare ad altre catastrofiche conseguenze nel caso avessimo rifiutato l’offerta.
Ero soddisfatta di come scivolasse serena la mia vita, amore a parte, fino al giorno in cui papà ebbe l’infortunio al lavoro.
Mio padre Filippo, torinese da generazioni, è ingegnere edile e si occupa di appalti pubblici. È sempre stato una persona coscienziosa e pronta a difendere i suoi ideali, tutelare i suoi collaboratori e soprattutto curare i suoi lavori in modo maniacale. 
Ricordo le volte che mi portava con sé a controllare i cantieri in cui lavorava, illustrandomi i grafici e gli enormi fogli dei progetti, parlandomi di sicurezza e raccomandandomi di non distrarre le persone al lavoro per evitare che si infortunassero.
E proprio lui qualche mese prima, si era distratto a causa del rombo di un elicottero che volava molto basso e, appoggiandosi ad una balaustra non fissata bene, era precipitato per qualche metro, rompendosi la tibia e il perone.
Ospedale, intervento urgente, gesso e riabilitazione lo costringevano a letto e a continua assistenza.
Mai come in quel momento ero felice di avere una mamma casalinga che aveva affrontato con molta serenità sia la degenza ospedaliera che il rientro a casa, organizzando il tutto con perfetta efficienza.
Devo confessare che in quel periodo stavo seriamente prendendo in considerazione l’idea di Nathalie di andare a vivere con lei, più per curiosità ed esperienza nuova che per reale desiderio di lasciare la mia casa.
Invece i nuovi fatti mi costringevano a rivedere la mia idea e ricambiare in qualche modo tutto ciò che la mia famiglia aveva fatto per me.
Ma spedirmi in quel modo meschino al matrimonio della sconosciuta cugina in procinto di convolare a nozze, non rientrava nell’elenco delle ‘gentilezze da ricambiare’.
Mia mamma me l’aveva comunicato tre giorni prima della partenza mentre eravamo a tavola, tra il primo e il secondo piatto, come se mi avesse detto che avevo un pezzo di verdura in mezzo ai denti.
Ero rimasta con la forchetta a mezz’aria mentre lei, seraficamente, diceva:
«… e così, visto che tu non puoi viaggiare, ho pensato che può andarci Sofia!»
Papà aveva annuito distrattamente, mentre io avevo alzato gli occhi con la tipica espressione della foca monaca e avevo saggiamente ribattuto:
«Eh??»
«Credo che sia la cosa migliore, no?» aveva ribadito lei con tono serafico.
«Non ho assolutamente idea di cosa tu stia parlando, mamma!»
«Del matrimonio, tesoro!»
«Di chi?»
Ecco, avevo dato prova della mia lucidità…
«Di Enzina, no? Sofia, per l’amor di Dio, possibile che sei sempre così distratta?»
Io, ero distratta?
«Scusa mamma, credo di non aver afferrato bene il concetto!»
Avevo appoggiato la forchetta sul bordo del piatto, inspirato profondamente e avevo chiesto:
«Stai dicendo che devo andare al matrimonio di tua nipote, una perfetta estranea, solo perché papà non può viaggiare?»
«Certo, tesoro! Non è ragionevole?»
«Assolutamente no!» avevo protestato energica. «Proprio perché papà non può muoversi, ti scusi, le mandi un telegramma, un mazzo di fiori, un regalo e buona continuazione!»
«Non è educato!» aveva sospirato con quel tono di disapprovazione, come se stesse comunicando al mondo intero che le provviste di tutti i continenti erano terminate.
«Non vedo perché dovremmo esserlo!»
«Sofia!» aveva detto con un tono scandalizzato, portandosi una mano al petto.
«Non dire ‘Sofia’ con quel tono! Tanto io di qui non mi muovo! Non ci voglio andare!»
«E la buona educazione? Che figura ci facciamo!»
«La stessa che abbiamo fatto per tutti questi anni che non ci hanno né visti, né sentiti!»
«Sofia!»
Questa volta il tono secco e leggermente turbato era di mio padre.  
Lo avevo guardato con occhi fiammeggianti, rifiutandomi di sentirmi colpevole, mentre lui scuoteva la testa sconsolato.
In un angolo mia mamma aveva cominciato a singhiozzare silenziosamente, facendomi sentire una figlia degenere.
Ma non avevo intenzione di mollare la mia posizione…
Cosa volevano questi parenti sconosciuti, a distanza di anni, da noi? Cosa potevano aver ventilato ai miei poveri genitori per indurli a rivedere le loro posizioni? 
Non lo capivo e nessuno sembrava volermi dare una spiegazione.
«Datemi un solo motivo per cui dovrei desiderare di vedere questa gente!» avevo ribattuto caparbia.
«Fallo per tua mamma! Ci tiene tanto!» aveva risposto papà tristemente.
«E allora perché non ci va? Resto io con te, ti porto a fare le terapie, cucino e…»
«Dovrei andarci da sola??» aveva ribattuto mamma stupita.
«Scusa, ma non è la tua famiglia? Trovi più sensato mandare me, da sola? Io non ti capisco!»
«Senza tuo padre, io non torno al paese!»
Avevo alzato le braccia al cielo cercando di contenere la mia voglia di gridare dalla frustrazione. Non capivo che razza di sterile discorso mi stessero facendo.
«E io, di grazia, cosa rappresenterei? Un ramoscello di ulivo per le tue sorelle?»
Ebbe il buongusto di arrossire e solo allora compresi: dovevano averle offerto il matrimonio come momento di riconciliazione con la famiglia. Motivo per cui, se fosse mancata, sarebbe apparso come un rifiuto da parte sua!
Sospirai demoralizzata.
Mi alzai in silenzio senza neanche guardarli e mi diressi verso la mia camera.
«Sofia…» mormorò mio padre.
«Voglio stare da sola.»
Senza voltarmi entrai in camera, mi buttai sul letto e cominciai a prendere a pugni il cuscino per la rabbia.

... continua ...

Estratto da 'Questioni di carta e di pizzo'

Estratto capitolo 1


Un quadrato. Giallo. Più squadrato di così, tutto punte e angoli, niente curve!
Prigioniera. Sì, decisamente prigioniera di un misero quadrato giallo che da mesi infestava la sua vita: un post-it!
Al solo vederlo si rimescolavano gli organi interni ed una forza misteriosa la costringeva a scattare in piedi, nonostante i sudori freddi, per correre nella direzione in cui quel maledetto quadrato giallo la inviava.
La sua vita minacciata da uno stupido pezzo di carta!
Mina sospirò, non sapendo se delusa o depressa.
Eh no, quel tempo infinitesimale che le occorreva per decidere non ce lo aveva. Doveva eseguire quello che il quadrato ‘capo della sua vita’ le chiedeva.. un po’ come ‘Comanda padrone ed io ti obbedirò!’
Solo che in questo caso il ‘padrone’ era una lei: Emily Larosa!
Cognome sublime, profumato, intenso che faceva venire in mente la primavera, il colore tenue, la morbidezza dei suoi petali… Sigh!
Tutto da rifare! No, Emily non era niente di più che men simile ad una rosa!
Era… brutta! Ma come si fa a definire la ‘bruttezza’?
Mina inclinò la testa cercando di capire se il suo sentimento era ispirato dal rancore che provava verso il suo capo, ma decise che ‘brutta’ era di per sé un complimento se diretto a Emily.
Avete presente quelle prugne rugose, un po’ rinsecchite che sono state su un davanzale per qualche giorno in attesa che divenissero più morbide, mentre non fanno altre che essere più secche, più aspre, più legnose?
Ecco, il viso di Emily aveva quella forma, ma non il colorito. No, quello era più sbiadito, tendente al marrone per le troppe lampade abbronzanti che faceva e mentre l’obiettivo era diventare una tenue sfumatura cacao, il suo tendeva leggermente al color… cacca!
Fortuna che almeno copriva il suo odore sotto la scia del costosissimo profumo Chanel che utilizzava a litri, come ad ostentare la sua ricchezza e la sua brama di potere.
E che dire dei suoi vestiti? Erano….
Non aveva tempo di illustrare i suoi vestiti, perché un ciclone con i capelli rosso fuoco (osceni! Non c’era altro termine!) e un taullier verde acido, proruppe nell’ufficio, urlando:
«Dov’è quella ‘Mina vagante’? Si è persa all’interno dei suoi pensieri? L’avevo convocata nel mio ufficio e doveva essere qui da circa… Ah! Sei qui.»
Gli occhi nocciola di Emily la trapassarono tutta, scivolando sul suo fisico minuto fasciato in un jeans e una camicetta style english (ok, la mise dei poveri. Sigh!), le scarpe da ginnastica alte e comode e i capelli neri legati in una sobria treccia che le pendeva da un lato.
Dimenticando di colpo i vestiti e il resto del mondo dorato chiamato ‘Emily Larosa appassita’, Mina scattò in piedi, con la punta della matita già puntata contro il suo notes.
«Buongiorno miss Larosa.» salutò con un tono molto formale, accennando ad un lieve cenno del capo.
«Come mai quell’aria dismessa? Hai di nuovo dimenticato qualcosa mentre sondavi  il tuo mondo dorato?» l’apostrofò la donna, appoggiando malamente la borsa di marca in equilibrio precario sulla sedia e prendeva una serie di foglietti lasciati sulla scrivania.
Mondo dorato? Ma non esiste il mondo dorato, lo sapevano tutti! Mina si perdeva solo dietro metri di tulle, organza, pizzo e…
Ah sì, doveva rispondere!
«Assolutamente no.» rispose con una nota di decisione nella voce, portando avanti il mento e cercando di apparire professionale «Mi aveva inviato un post-it per chiedere…»
«A proposito: elimina quei post-it gialli! Sono insipidi, barbosi, brutti! Trovami qualcosa di più colorato.»
«Eh? Sì, nessun problema.» esclamò sorridendo al pensiero dell’eliminazione fisica del quadrato odioso «Che colore le andrebbe? Magari un fucsia, oppure verde acido, oppure azzurro?» chiese speranzosa.
«Ci sono anche post-it azzurri?» chiese la donna con un’occhiata sorpresa «E com’è che me li date sempre gialli?»
«Non saprei perché qui in ufficio abbiano questa preferenza, ma in cartoleria ne ho visti di colori diversi e anche di forma. Ci sono cuori, quadrifogli, animaletti…»
«Niente animaletti, li odio!» sbuffò la donna con un cenno deciso della mano per chiudere quella discussione che riteneva ormai sterile «Sei adibita a comprare i post-it colorati.»
Larosa si alzò per prendere qualcosa dalla borsa e Mina la seguì con il cuore che le martellava.
Doveva osare. Doveva difendere la sua posizione.
«Miss, io veramente…»
Inciampò malamente nei lacci delle scarpe e, per ripararsi dall’impatto, protese le mani in avanti, ritrovandosi carponi sul pavimento. Ricacciò indietro lacrime e parole poco consone da esprimere in quel momento.
«Insomma!» urlò la donna, girandosi a guardarla «Cosa diavolo combini?»
Mina si tirò su prontamente, cercando di ignorare il dolore alle mani e schiarendosi la voce, disse:
«Io… dovrei avere la sua approvazione per l’inserimento sul sito web del mio articolo sulla qualità Iso 9002!»
«Se ne occuperà Sandra.» rispose la donna con un moto di fastidio, tornando verso la scrivania.
Mina si sentì come investita da una folata gelida di vento.
Sandra? Quella Sandra con cui aveva fatto il corso e che pur proclamandosi sua amica per la pelle, non smetteva mai di punzecchiarla, di metterla in ridicolo, di farla friggere sulla graticola?
No, decisamente non avrebbe dato il suo pezzo a Sandra!
«Allora, ancora qui?» chiese la donna con uno sguardo di ghiaccio mentre alzava un sopracciglio per capire come mai era ancora lì e non si era già teletrasportata altrove.
Mina inspirò profondamente e rispose fermamente.
«Se non le spiace Miss, è una responsabilità che non vorrei delegare ad altri. Sandra è già presa da mille impegni e non gradirebbe occuparsi anche delle mie mansioni.»
«Ahhh, non gradirebbe, dici?» chiese con un tono da far accapponare la pelle.
Mina cominciò a sentire tutti i peli della schiena alzarsi, mentre un rivolo di sudore le scendeva lungo l’incavo dei seni.
Devo giocarmela bene, devo giocarmela bene…  si disse con una punta di terrore.
Deglutì a disagio e proseguì.
«Non penso che non lo farebbe se lei glielo chiedesse. Solo vorrei tanto dimostrare che so fare qualcosa da sola. E dimostrare a lei che ho fatto tesoro di ciò che mi ha insegnato.»
Un pesante silenzio seguì le sue parole e la donna, dopo averla squadrata per bene e stretto gli occhi, rispose con tono gelido:
«Vorrei che più gente avesse capito il messaggio che ho dato a te. D’accordo Mina, imposta il tuo pezzo sul web con il mio beneplacido, ma anche la questione post-it tocca a te risolverla!.. Credi che mi possa fidare?»
«Assolutamente, Miss!» rispose lasciando andare l’aria trattenuta e si girò per andare verso la porta in rapida ritirata.
«Mamma mia!» sbuffò la donna. «Ci vorrebbe…»
«Una bella tisana al gelsomino sarà sul suo tavolo in un nanosecondo.» rispose la ragazza, iniziando a correre verso il carrello sempre pronto nella segreteria e spingendolo verso la donna.
Un fugace sorriso apparve sul volto sempre gelido di Larosa, ma Mina pensò di essersi sbagliata.
Tornò sui suoi passi e appena svoltato l’angolo, si appoggiò alla parete e sospirò.
Diamine! La Larosa si era trasformata in un essere umano per un nanosecondo. Evento da pubblicare sul web a caratteri Century Gothic per celebrare l’evento!
E lei che aveva dovuto mendicare per postare un suo articolo, un penoso pezzo per cui aveva perso diverse settimana insieme a Lorenzo, correndo dietro i vari architetti e geometri per trovare la soluzione ad un problema di abbattimento di barriere architettoniche che permettessero ai disabili di avere accesso alle Biblioteche Comunali.
Non poteva continuare così! Non poteva continuare a farsi stritolare dalla cattiveria e dall’arroganza di quella donna e di tutta una serie di colleghi che orbitavano attorno a quel soggetto.
Quando si era presentata al colloquio per un posto di collaboratore per la Redazione Web dell’Ente Comunale Accesso.it, aveva creduto di poter proporre le sue idee per facilitare la comunicazione tra lo stesso Ente e la cittadinanza.
Aveva illustrato tutto il lavoro fatto con il tirocinio della sua laurea in comunicazione, gli articoli scritti, le convenzioni con varie associazioni culturali per i servizi all’utenza, gli e-magazine pubblicati su vari portali di carattere promozionale.
Ma si era accorta mentre parlava con l’esaminatrice, ossia la stessa Larosa, che la donna l’ascoltava pigramente mentre si passava uno smalto color corallo sulle unghie.
Aveva deliberatamente ignorato i suoi lavori, i suoi titoli, le sue esperienze, mentre era stata colpita da una sola cosa, ossia il suo cognome: Morelli!
«Figlia di Morelli? Quel Morelli?» aveva chiesto lasciando sospeso sopra la scrivania il pennellino che formava un lungo filamento colorato con la bottiglietta.
«Intende Giacomo, il filantropo?» aveva chiesto delusa, smettendo di sfilare gli articoli dalla cartelletta.
«Sì, quello a cui hanno dedicato un busto nella sala Rossa del Comune.» affermò l’altra studiandola con maggiore attenzione.
«Proprio lui. Ma non vorrei che…»
«Figurati se mi faccio impressionare dai nomi importanti!» le aveva risposto con un tono falsamente amichevole Larosa. «Hai una laurea, no? Sai scrivere? Sai usare un pc?... E allora, benvenuta a bordo.»
E dandole una pacca sulla mano, aveva spinto via tutta la sua documentazione, indicandole la porta e facendola accompagnare da una sua collaboratrice a fare un giro per la redazione e presentandole il resto del personale con cui avrebbe lavorato.
Si era ritrovata di fianco a Sandra, un’altra matricola come lei, il cui padre era un giornalista di cronaca locale, a commentare la mole di lavori ed obiettivi che quell’ufficio doveva svolgere entro i sei mesi successivi.
Dal giorno dopo erano state seppellite da montagne di ‘interpellanze’ dei cittadini a cui dovevano rispondere in maniera completa e professionale, onde evitare di mettere in imbarazzo il Dirigente, ossia Miss Larosa.
Non l’aveva vista che poche volte, in una delle quali l’aveva fatta inciampare malamente e si era presa decine di improperi, vedendosi inoltre appiccicare il nomignolo di ‘Mina vagante’!

Sospirò di nuovo, prese una barretta di cioccolato bigusto al distributore e si portò alla scrivania per finire il suo lavoro, mentre passandole accanto col suo passo velocissimo, Nadia le appiccicava sulla mano un post-it giallo, in cui c’era scritto: ‘Ma queste porcherie sono ancora in ufficio?’ firmato da Emily.
Sospirò tre volte di seguito, per evitare di mettersi ad urlare, mentre cominciava a digitare sulla tastiera.

... continua ...