Lettori fissi

giovedì 28 febbraio 2013

Estratto da 'Il matrimonio della cugina'


Capitolo 1

«Ma io non ci voglio andare!»
Con tono tagliente avevo ribadito quale fosse la mia posizione.
«E la buona educazione?» aveva ribattuto mia mamma con aria scandalizzata, alzando il sopracciglio e stringendo le labbra in segno di disapprovazione
Ma io stavolta non avrei ceduto. Assolutamente no!
Non avevo alcuna intenzione di calmare i suoi sensi di colpa, trattenendo i rimbrotti e facendo buon viso a cattivo gioco.
Così mi sentivo autorizzata a ripetere: ‘Io non ci voglio andare!’


Giro infastidita il viso verso il finestrino, oltre cui il paesaggio corre ad un ritmo indiavolato, portandomi sempre più velocemente verso il luogo che ha scatenato, secondo lei, questa mia ‘irrazionale’ irritazione.
Certo, perché a 24 anni, essere presa, impacchettata e spedita al paese natio (suo!) per partecipare al matrimonio della figlia della sua terza cugina, doveva farmi sbocciare nel cuore un sorriso estasiato al solo pensiero di essere stata invitata.
Ma chi la conosce la sposa? Ma soprattutto, chi conosce anche la sua terza cugina?
A dire il vero trovavo divertente da piccola questa famiglia sterminata di mia mamma, con tutte quelle sorelle, fratelli, cugini, nipoti, nonni, zii e altre figure circostanti che non sapevo neanche esistessero nell’albero genealogico, solo perché, quando andavamo a trovarli, era come trovarsi al centro di una festa paesana di cui io ero la protagonista.
Tutta quella gente che voleva parlarmi, toccarmi, baciarmi, regalarmi qualcosa o offrirmi cibo e ristoro, mi faceva sentire amata e protetta.
Ma andava bene perché durava solo fino alla fine dell’estate quando, dopo un mese di selvaticismo più totale, potevo rientrare a Torino, felice di avere qualche storia interessante da raccontare ai compagni di scuola.
E loro ascoltavano attenti, sospirando alle mie marachelle commesse in compagnia dei più pittoreschi elementi paesani, pendendo dalle mie labbra, non come se fossi stata in un paesino del sud Italia, ma come se avessi affrontato i leoni e le tigri nel safari africano.
Eh sì, di quei momenti ne facevo il mio scudo per l’intero anno scolastico, accrescendo la mia fama di ragazza avventurosa che mi teneva lontana dalle angherie dei bulli o dagli sfigati della scuola.
Ma poi col tempo le visite si erano diradate, dovute a litigi o alla morte di qualcuno degli anziani della famiglia che avevano contribuito a cementare quella fusione estiva.
Quando andavo alle superiori già non tornavamo più al paese, ma ci concedevamo una decina di giorni sulla Riviera Romagnola e la caccia al ragazzino più bello della spiaggia, cancellava il ricordo delle scorribande con i cugini.
Tutto era finito quando era mancata Letizia, la sorella maggiore di mia mamma. 
La nonna si era ammalata, le altre sorelle avevano indetto un ‘consiglio familiare’ per accordarsi su chi la dovesse accudire, visto che la zia fino a quel momento era vissuta in casa con lei.
Di quel breve ritorno in quella casa, ricordo solo facce lugubri, litigi, insulti gridati a gran voce e le lacrime della mamma.
Ero rimasta annichilita nel vederla così. 
Mia mamma è la tipica madre del sud, con un gran cuore, l’immancabile grembiule annodato sui fianchi, la cucina che sforna cibo 24 ore su 24, letti che crescono come formiche, ma soprattutto un sorriso perenne…
… A parte quando è disgustata dalla mia ‘cattiva educazione’.
Ma quel giorno l’ho vista sconvolta, piegata su sé stessa in un pianto silenzioso. Le lacrime che rotolavano giù dalle sue guance, cadevano sul mio cuore come macigni pesantissimi.
Eravamo ripartiti abbastanza in fretta, senza salutare nessuno e non eravamo più tornati.
Ho provato col tempo a farmi spiegare, a cercare di capire cosa potesse essere accaduto in quel momento, ma avevo trovato un muro.
«Io non ho più una famiglia!» era stata la sua lapidaria risposta e non me l’ero più sentita di affrontare l’argomento.
Da quel momento erano passati 11 anni e avevo dimenticato persino l’esistenza del paese sulla carta geografica dell’Italia, fino all’arrivo di una telefonata dove le parole in italiano e quelle dialettali,  di cui non conosco né il suono, né il significato, si confondevano in un discorso che aveva il fascino di un segreto di stato.
Qualche giorno dopo era giunto il maledetto invito a partecipare al matrimonio della suindicata cugina per la quale mia mamma aveva dimostrato un eccessivo entusiasmo che aveva scatenato in me una insana curiosità.
Ma come, mi chiedevo, mi aveva detto di aver cancellato la famiglia e poi così, dal nulla, decide di andare al matrimonio di una nipote di cui neanche sapeva l’esistenza?
«E chi è questa che si sposa?» avevo chiesto casualmente.
«Enzina! Te la ricordi?»
«Neanche di striscio!» avevo ammesso scrollando le spalle.
«Ma sì, la figlia di Sisina mia cugina. Quella bruna, con gli occhi castani e le trecce lunghe…!»
«A parte il fatto che non ricordo neanche chi sia ‘Sisina’, dalle tue parti hanno tutti gli occhi castani, i capelli scuri e portavano le trecce. Avevamo 8 anni allora!» avevo protestato.
«Mia cugina è la figlia di zio Filuccio, il fratello di mio padre. Ma come fai a non ricordarti? Quella volta che siamo venuti a recuperarvi nel forno a legna della fattoria… C’era anche quel bambino… come si chiamava?» mi aveva chiesto sciorinando eventi e nomi di cui non conoscevo l’esistenza.
E poi… come nel forno? Mi ero talmente sentita coinvolta dalla storia nazista da infilarmi spontaneamente in un forno a legna?
Avevo il sospetto che stesse cercando di appiopparmi ricordi non miei…
Comunque, sorvolando sul suo strampalato discorso, tutti quei nomi non avevano fatto scattare in me alcun ricordo, pertanto non riuscivo ancora a capire chi fosse questa fantomatica sposa.
Ma alla fine di tutto, cosa me ne importava? Tanto era lei a doversi sobbarcare quasi 900 chilometri per raggiungere il paese.
Non la invidiavo visto che, curiosando nella busta dell’invito, più che un matrimonio, sembrava di partecipare ad un evento o a una fiera.
Erano previsti circa tre giorni di preparativi, compresa festa di addio al nubilato e visita a casa della futura signora per visionare ed apprezzare il famoso corredo che la zia Sisina aveva personalmente cucito e ricamato.
Immagini di persone che giravano con un piatto di cavatelli al sugo in mezzo a chilometri di cotone intagliato e ricamato, mi metteva i brividi.
Ma avevo presto dimenticato tutto nel giro di qualche giorno fagocitata dal lavoro che mi aveva completamente assorbita.
Ero stata molto fortunata quando, dopo la laurea in informatica, avendo deciso di dare una mano ad un mio compagno di corso con il suo assurdo progetto sviluppato sin dalle superiori, avevo trovato lavoro presso un’azienda privata che si occupava di progettazioni e produzione di piccoli oggetti di uso quotidiano per persone con disabilità.
Davide era un sognatore e uno smanettone informatico, binomio pericoloso, se lo si associa alla sua voglia di fare. Mi aveva riempito la testa sin dal secondo anno di liceo scientifico con i suoi progetti, con la sua continua voglia di cambiare il mondo, coinvolgendomi in vari lavori che proponeva ai laboratori della scuola e ai progetti didattici regionali e nazionali.
C’erano state tante soddisfazioni quando le nostre ‘creature’ erano state premiate, ma ricordo anche vari momenti imbarazzanti quando si erano ribaltate, avevano fallito o peggio, ci erano esplose in faccia.
Ogni momento però era stato coronato dalle nostre risate e dalla nostra amicizia che si era sempre più consolidata.
Non erano mancate le battutine su una nostra presunta storia d’amore, ma benché trovassi confortante la sua presenza e la sua bontà, non sarebbe mai stato ‘il grande amore’.
Sapevo che Davide provava per me qualcosa di più di una semplice amicizia, ma quando attaccavo con la storia dell’amore da favola o del principe azzurro, sospirava, si batteva una mano sulla fronte e con tono paternalistico mi consigliava di riportare il cervello a lavorare in modo razionale e pensare di trapiantarmi un cuore artificiale con valvole che funzionassero senza fronzoli.
Capivo il suo atteggiamento prettamente razionale, considerato che era figlio di genitori separati da cui era stato lasciato a vivere quasi sempre da solo presso il convitto studentesco e che vedeva due o tre volte all’anno. Neanche le vacanze le trascorreva con qualcuno di loro, ma era inviato presso dei nonni nel Veneto da cui trascorreva quel che rimaneva dell’estate.
Ogni volta che pensavo a Davide, mi veniva da fare il paragone con Harry Potter e mi si chiudeva lo stomaco dal dolore.
Quando finalmente si era iscritto all’università, era andato a vivere con un amico poco distante da casa nostra e, grazie al grande cuore della mamma, tanti erano i periodi che passava in casa nostra, integrandosi perfettamente e ricambiando l’affetto e l’ospitalità, disseminando i suoi deleteri aggeggi per tutta la casa, col pretesto di voler alleviare il lavoro casalingo della padrona di casa.
Come quando aveva montato un rudimentale tritarifiuti al cestino sotto il lavello… 
Ricordo ancora le urla di terrore della mamma quando, aprendo l’anta del mobile per gettare gli avanzi del pranzo, si era trovata di fronte ad un mostro fumante che cercava di azzannarle la mano.
Davide si era scusato fino a tarda notte, ma aveva accettato di essere ospitato in modo ‘gratuito’ onde evitare altri problemi. 
Da quel giorno si era presentato solo con bottiglie di vino o dolci, attentando alle coronarie di mio padre e alla mia linea, ma avevamo sorvolato, onde evitare di pensare ad altre catastrofiche conseguenze nel caso avessimo rifiutato l’offerta.
Ero soddisfatta di come scivolasse serena la mia vita, amore a parte, fino al giorno in cui papà ebbe l’infortunio al lavoro.
Mio padre Filippo, torinese da generazioni, è ingegnere edile e si occupa di appalti pubblici. È sempre stato una persona coscienziosa e pronta a difendere i suoi ideali, tutelare i suoi collaboratori e soprattutto curare i suoi lavori in modo maniacale. 
Ricordo le volte che mi portava con sé a controllare i cantieri in cui lavorava, illustrandomi i grafici e gli enormi fogli dei progetti, parlandomi di sicurezza e raccomandandomi di non distrarre le persone al lavoro per evitare che si infortunassero.
E proprio lui qualche mese prima, si era distratto a causa del rombo di un elicottero che volava molto basso e, appoggiandosi ad una balaustra non fissata bene, era precipitato per qualche metro, rompendosi la tibia e il perone.
Ospedale, intervento urgente, gesso e riabilitazione lo costringevano a letto e a continua assistenza.
Mai come in quel momento ero felice di avere una mamma casalinga che aveva affrontato con molta serenità sia la degenza ospedaliera che il rientro a casa, organizzando il tutto con perfetta efficienza.
Devo confessare che in quel periodo stavo seriamente prendendo in considerazione l’idea di Nathalie di andare a vivere con lei, più per curiosità ed esperienza nuova che per reale desiderio di lasciare la mia casa.
Invece i nuovi fatti mi costringevano a rivedere la mia idea e ricambiare in qualche modo tutto ciò che la mia famiglia aveva fatto per me.
Ma spedirmi in quel modo meschino al matrimonio della sconosciuta cugina in procinto di convolare a nozze, non rientrava nell’elenco delle ‘gentilezze da ricambiare’.
Mia mamma me l’aveva comunicato tre giorni prima della partenza mentre eravamo a tavola, tra il primo e il secondo piatto, come se mi avesse detto che avevo un pezzo di verdura in mezzo ai denti.
Ero rimasta con la forchetta a mezz’aria mentre lei, seraficamente, diceva:
«… e così, visto che tu non puoi viaggiare, ho pensato che può andarci Sofia!»
Papà aveva annuito distrattamente, mentre io avevo alzato gli occhi con la tipica espressione della foca monaca e avevo saggiamente ribattuto:
«Eh??»
«Credo che sia la cosa migliore, no?» aveva ribadito lei con tono serafico.
«Non ho assolutamente idea di cosa tu stia parlando, mamma!»
«Del matrimonio, tesoro!»
«Di chi?»
Ecco, avevo dato prova della mia lucidità…
«Di Enzina, no? Sofia, per l’amor di Dio, possibile che sei sempre così distratta?»
Io, ero distratta?
«Scusa mamma, credo di non aver afferrato bene il concetto!»
Avevo appoggiato la forchetta sul bordo del piatto, inspirato profondamente e avevo chiesto:
«Stai dicendo che devo andare al matrimonio di tua nipote, una perfetta estranea, solo perché papà non può viaggiare?»
«Certo, tesoro! Non è ragionevole?»
«Assolutamente no!» avevo protestato energica. «Proprio perché papà non può muoversi, ti scusi, le mandi un telegramma, un mazzo di fiori, un regalo e buona continuazione!»
«Non è educato!» aveva sospirato con quel tono di disapprovazione, come se stesse comunicando al mondo intero che le provviste di tutti i continenti erano terminate.
«Non vedo perché dovremmo esserlo!»
«Sofia!» aveva detto con un tono scandalizzato, portandosi una mano al petto.
«Non dire ‘Sofia’ con quel tono! Tanto io di qui non mi muovo! Non ci voglio andare!»
«E la buona educazione? Che figura ci facciamo!»
«La stessa che abbiamo fatto per tutti questi anni che non ci hanno né visti, né sentiti!»
«Sofia!»
Questa volta il tono secco e leggermente turbato era di mio padre.  
Lo avevo guardato con occhi fiammeggianti, rifiutandomi di sentirmi colpevole, mentre lui scuoteva la testa sconsolato.
In un angolo mia mamma aveva cominciato a singhiozzare silenziosamente, facendomi sentire una figlia degenere.
Ma non avevo intenzione di mollare la mia posizione…
Cosa volevano questi parenti sconosciuti, a distanza di anni, da noi? Cosa potevano aver ventilato ai miei poveri genitori per indurli a rivedere le loro posizioni? 
Non lo capivo e nessuno sembrava volermi dare una spiegazione.
«Datemi un solo motivo per cui dovrei desiderare di vedere questa gente!» avevo ribattuto caparbia.
«Fallo per tua mamma! Ci tiene tanto!» aveva risposto papà tristemente.
«E allora perché non ci va? Resto io con te, ti porto a fare le terapie, cucino e…»
«Dovrei andarci da sola??» aveva ribattuto mamma stupita.
«Scusa, ma non è la tua famiglia? Trovi più sensato mandare me, da sola? Io non ti capisco!»
«Senza tuo padre, io non torno al paese!»
Avevo alzato le braccia al cielo cercando di contenere la mia voglia di gridare dalla frustrazione. Non capivo che razza di sterile discorso mi stessero facendo.
«E io, di grazia, cosa rappresenterei? Un ramoscello di ulivo per le tue sorelle?»
Ebbe il buongusto di arrossire e solo allora compresi: dovevano averle offerto il matrimonio come momento di riconciliazione con la famiglia. Motivo per cui, se fosse mancata, sarebbe apparso come un rifiuto da parte sua!
Sospirai demoralizzata.
Mi alzai in silenzio senza neanche guardarli e mi diressi verso la mia camera.
«Sofia…» mormorò mio padre.
«Voglio stare da sola.»
Senza voltarmi entrai in camera, mi buttai sul letto e cominciai a prendere a pugni il cuscino per la rabbia.

... continua ...

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