Lettori fissi

giovedì 28 febbraio 2013

Estratto da 'Time Vampires'

Capitolo 1


Kira odiava la nebbia! E quella mattina ce n’era fin troppa per i suoi gusti.
Rabbrividì, stringendosi addosso il lungo impermeabile nero, più per la disagevole sensazione che provava che per il freddo.
La nebbia la faceva sentire ‘persa’. Era come essere avvolta nel magico mondo di Alice in Wonderland, dove all’improvviso poteva apparire un essere sconosciuto, ma anziché proporre magie, le avrebbe regalato i suoi incubi peggiori.
La odio! si disse mentalmente, mentre si apprestava a raggiungere l’edificio grigio, dove l’aspettava Max, il suo capo.
Si guardò attorno perplessa, scrutando pensosa il comando di polizia situato in un vecchio palazzo vittoriano, la cui facciata era scurita dallo smog e dalle intemperie e chiedendosi per l’ennesima volta perché fosse stata convocata in quel posto.
Di solito, per lavoro non si confrontavano mai con le forze dell’ordine, né collaboravano con loro e questo imprevisto incontro la incuriosiva, ma la preoccupava allo stesso tempo.
Lei apparteneva a una squadra 'fantasma', alle dipendenze di una organizzazione privata e svolgeva ruoli di recupero dati oppure di ripulitore, un termine molto blando per definire il suo compito di pulizia quando avvenivano operazioni cruente o di cui i governi dello stato in cui lavoravano non dovevano essere informati.
Producendo un lieve sbuffo di vapore, varcò la porta d’ingresso.
La sala d’aspetto era come un formicaio nell’ora di punta: agenti che entravano ed uscivano, donne praticamente svestite che riempivano di insulti il piantone di turno chiedendo di essere rilasciate o telefonare a casa; giovani avvocati d’ufficio dall’aria distrutta che vagavano da una scrivania all’altra, trascinando voluminosi dossier… 
Peggio del mercato rionale quando si riuniscono le massaie!  sorrise Kira, dirigendosi al banco del piantone per chiedere indicazioni.
«Ehi, cerca di metterti in coda, carina!» l’apostrofò bruscamente una rossa provocante, con il mascara e la matita colati sul viso dopo le lunghe ore di attesa, cercando di allontanarla con uno spintone.
Kira evitò abilmente di essere toccata e le lanciò un’occhiata gelida, facendole bloccare sorpresa il braccio a mezz’aria. 
Poi, come nulla fosse accaduto, chiese al poliziotto anch’esso sorpreso dove potesse trovare il detective Cobain. L’uomo scrutò il suo viso in cerca di indizi che la identificassero, ma infine le indicò di seguire una linea rossa dipinta sul pavimento che l’avrebbe portata direttamente dalla persona che cercava.
Con un tenue sorriso Kira si incamminò facendo sollevare numerosi sguardi in sua direzione.
Sapeva di essere abbastanza appariscente con i suoi lunghi capelli biondi, di un colore quasi lunare e gli occhi blu profondo, gli zigomi come scolpiti nel granito. La silhouette perfetta era modellata in un jeans fasciante e una dolcevita nera, mentre il suo incedere ricordava una elegante, ma letale pantera.
Varcò la porta e fece scivolare lo sguardo sui presenti: c’erano tre uomini e una donna, impegnati in una conversazione molto serrata.     
La donna, il detective Cobain, seduta ad un lato della scrivania, faceva domande a cui Max rispondeva con garbo e meticolosità.
Si interruppe un attimo quando percepì la sua presenza e voltando appena la testa, la presentò:
«Mia nipote Kira!»
«Nome insolito!» mormorò la detective, valutando la nuova entrata.     
«Orientale!» replicò la ragazza con una smorfia, come a sottolineare che aveva sentito quella battuta tante volte.
«Uhmm… Signor Kaminski, come le dicevo, vorremmo avere da lei alcune informazioni sul professor Krainager. Sappiamo che siete amici di vecchia data…» 
«Sì! Klaus ed io ci conosciamo fin dal liceo e abbiamo fatto anche alcuni anni di college presso lo stesso campus, anche se poi abbiamo preso specializzazioni diverse. Già a quei tempi era un autentico genio.»
«Da quanto tempo non lo vedeva?»
«Un paio di mesi circa. Sono stato via per lavoro e lui era molto preso dai suoi studi.… Non so se ne siete al corrente, ma è stato candidato al premio Nobel per le sue ricerche sul genoma e le variazioni cromosomiche.»
«Sì.» affermò la donna, sfogliando i vari fascicoletti sparsi sulla scrivania. «Aveva nemici, che lei sappia, o motivi per cui potesse pensare di porre fine alla sua vita?»
«Klaus?? No!… Era un uomo che amava la vita, anche se negli ultimi due anni aveva avuto un grande dolore che l’aveva provato molto.» rispose scuotendo la testa con vigore.
«Allude a sua figlia?» 
«Già!» 
Max sospirò con dolore, passandosi una mano sulla fronte.
«La morte di Aghata l’aveva completamente distrutto. Sa, non è stato facile per lui allevare una bambina da solo, tutto preso com’era dai suoi studi, ma aveva superato il problema con grande bravura.»
«Non aveva una moglie, una compagna?... La mamma della piccola, ad esempio?»
«No, Aghata era nata da una madre ‘surrogato’. Klaus desiderava un bambino, ma non aveva tempo per le ‘relazioni umane’, per così dire!… Si era rivolto ad un’agenzia specializzata e dopo qualche tempo mi aveva chiamato tutto entusiasta, presentandomi la bambina!»
«Cosa è successo alla piccola?» chiese uno degli uomini, facendo annotazioni su un notes.
«Morbo di Batten!» Max sospirò. «Si è manifestato verso il quinto anno di vita. Quando l’ha scoperto, Klaus ha cominciato a lavorare instancabilmente per due anni per poterla salvare, ma senza successo. Davvero un colpo per lui che aveva trovato la soluzione per salvare tanta gente, ma non l’unica persona che più amava al mondo!»
Gli agenti si scambiarono una breve occhiata e poi, lentamente, da una busta gialla, la detective prese una busta trasparente, contenente un foglio staccato da un blocco degli appunti e su cui era vergato qualcosa con una grafia nervosa.
Max guardò brevemente la busta che gli veniva passata sul tavolo e chiese:
«Che cos’è?»
«L’hanno trovata sul tavolo accanto al corpo. Sulla busta che conteneva il foglio, c’era il suo nome, professore.» 
Fissò per qualche attimo la Cobain e poi, lentamente, alzò la busta per un lembo e la studiò con attenzione.
Era un normalissimo foglio staccato da uno dei tanti notes che Klaus utilizzava per i suoi appunti accompagnato da una busta bianca, su cui c’era appuntato ‘Per Max Kaminski’. Sul foglio quadrettato invece c’era un’unica parola ‘Aghata’.
«Che significa?» chiese riportando lo sguardo sulla donna.
«Speravamo che ce lo dicesse lei!»
«Non capisco! Se Klaus avesse voluto dirmi qualcosa, non mi avrebbe lasciato solo questo nome!»
«Forse pensava che almeno lei avrebbe capito…»  azzardò uno degli uomini, con voce partecipe.
«Vuole dire che questo spiegherebbe un ultimo gesto disperato? Un uomo distrutto che, dopo due anni dalla morte della figlia, decide di farla finita? Mi perdoni, ma non ci credo!»
«Non tireremo conclusioni affrettate, professore. Le prometto che controlleremo ogni indizio, ogni pista, ogni dichiarazione!»
«Bene! Attendo sue notizie, allora, detective.»
Con un gesto secco Max si alzò e, dopo aver stretto la mano alla donna, seguito da Kira, si affrettò a lasciare la sala e l’edificio.
La ragazza lo seguì senza far domande, aspettando che fosse lui ad iniziare qualsiasi discorso, compreso il motivo per cui l’avesse voluta con lui.
Arrivato sul marciapiede, Max tirò su il bavero del cappotto e sospirò, producendo una leggera nebbiolina. Attese qualche secondo e poi si incamminò verso la sua auto parcheggiata sul lato opposto della strada.
Senza attendere istruzioni, Kira si sedette al posto di guida, attese che lui si accomodasse in quello del passeggere e, dopo un’occhiata allo specchietto retrovisore, si inserì nel traffico ancora abbastanza scorrevole.
«Ho una missione per te!» esordì Max alla fine.
«Cosa vuoi che faccia?» chiese senza neanche guardarlo.
«Faccio qualche telefonata e poi, se ho le risposte che cerco, tu dovrai partire.»
«Nessun problema!» 
«Kira... questa volta è una cosa non ufficiale!» disse voltandosi verso di lei. «Farai riferimento solo a me!»
La ragazza gli lanciò un’occhiata veloce, ma seria, prima di riportare lo sguardo sulla strada e fermarsi ad un semaforo.
«Mi darai qualche dettaglio?»
«Credo che tu abbia capito cosa sia successo… Qualcosa non torna, Kira! Né la morte di Klaus, né le circostanze, né quel biglietto. Ho bisogno di sapere la verità! Credo che quella scritta sia una richiesta di aiuto, ma non so ancora di chi e per cosa!… Lo farai?»
Per la prima volta da quando lo conosceva, Kira notò una piccola incrinatura nella sua voce che la sorprese: Max non era tipo da mostrare una benché minima emozione.
Forse era il dolore della perdita dell’amico o forse qualcosa che lei al momento non capiva, ma decise che non le importava.
«Aspetto il tuo ‘via’!» asserì tranquilla, inserendo la marcia e ripartendo in direzione della periferia.


Dal capitolo 3




Damien sospirò guardandosi intorno: aveva un bisogno disperato di energia per sopravvivere e tutte quelle persone che si muovevano in modo vorticoso intorno a lui, contribuivano a risucchiargli le ultime briciole di vita.
Osservava da secoli la razza umana e ancora non riusciva a capire perché fossero sempre di corsa: correvano per nutrirsi, per divertirsi, per combattere. Persino per amare.
E non avevano imparato nulla da tutta la loro storia…
Un movimento fluttuante provocato da un palloncino nell’aria tenuto da un sottile filo da una manina paffuta, attrasse il suo sguardo. Era di un arancione brillante, caldo, con la membrana sottile che disegnava un ovale perfetto e, soffiato dal vento effettuava un dondolio quasi ipnotico.
Damien si sentiva leggero, proprio come quel corpo fluttuante, privo di peso. Sarebbe volato via libero, se solo non ci fosse stata quella manina a trattenerlo.
Anche lui aveva la sensazione che se non ci fosse stata la panchina a sorreggere il suo peso, si sarebbe dissolto.
Con uno sforzo enorme riportò il suo sguardo verso il basso a fissare le sue mani e alzò un sopracciglio: stavano scomparendo!
Sospirò. Doveva decidersi ad alzarsi e andare alla ricerca di energia prima di essere solo un ricordo. 
Ricordo?
Damien ci rifletté ed arrivò alla conclusione che non poteva essere neanche un ricordo visto che la gente intorno a lui non lo vedeva, soprattutto quando, come in quel momento, non era che uno spettro trasparente.
Se la gente sapesse che essere sono, si metterebbe a ridere! 
Stirò le labbra in un sorriso amaro, ma non accennava ad alzarsi.
Ce l’avrebbe fatta? O forse la stanchezza che sentiva dentro, il vuoto che lo stava sempre più inghiottendo lo avrebbe convinto a rimanere su quella panchina in attesa che diventasse una particella di quel vecchio, consumato, inutile universo?
«Mi piacerebbe avere un palloncino. Possiamo, mamma?»
Il tono dolce, poco mieloso e soprattutto così rispettoso, gli fece aprire gli occhi.
Una bambina minuta, con una cascata di riccioli neri che le incorniciava il bel viso e gli occhi profondi, stava guardando nella sua direzione con un’aria sognante.
«Ma certo, tesoro! Che colore ti piace?»
«Non lo so, mi piacciono tutti!» 
Damien guardò in alto ad osservare gli oggetti svolazzanti e pensò: Rosso!
«Rosso!»  esclamò la bambina. «Sì, rosso!» 
L’uomo sorrise: aveva sempre avuto feeling mentale con i bambini.    
Osservò ancora un momento quei riccioli e sentì il vuoto aumentare dentro di sé. Conosceva la storia della piccola e sapeva che a breve la sua vita sarebbe terminata. Aveva assorbito energia dalla sua mamma ed insieme aveva ricevuto i suoi dolorosi pensieri. Sapeva che questo era il triste disegno del fato ed ogni volta si rammaricava che giovani fiori così delicati avessero vita breve, ma non poteva porvi rimedio.
O meglio, lui cercava in un certo senso di portare un fragile equilibrio in quella che era la giustizia secondo l’uomo, assorbendo energia da persone che non meritavano occasioni o di vivere, ma era solo una fugace illusione.
Le regole erano poche, ma molto ferree: poteva assorbire l’energia vitale dal genere umano, ma senza causarne la morte; non doveva interferire con le loro leggi, ma soprattutto non doveva svelare la sua natura a nessuno.
«È bellissimo!» esclamò la bambina con un sorriso estasiato, stringendo il filo in una mano e guardando il suo palloncino svolazzare mosso dal vento «Vero, signore?» 
«Davvero.» annuì.
Alzandosi lentamente, le passò una mano leggera sui capelli in un’ultima carezza.
Il suo tempo stava finendo come quello della piccola e vigliaccamente l’istinto di conservazione lo aveva scosso da quel torpore. 
Si concentrò un attimo fissando i contorni delle persone intorno a lui. Ognuna di esse aveva una specie di leggera nebbia intorno al corpo, di colore diverso a seconda della loro natura, vittima o predatore, che indicava a Damien e i suoi simili, anche il livello di energia che avevano.
Già, perché erano gli esseri umani e la loro energia, il loro ‘cibo’, il loro sostentamento.
Damien era uno dei vampiri ancora ‘viventi’ appartenente alla stirpe di Kairos, ossia coloro che dominavano il ‘tempo di Dio’
Erano esseri antichissimi che, come l’essenza della parola greca indicava, occupavano un ‘tempo di mezzo’ ossia una dimensione che si incrociava con quella dell’uomo, ma senza veramente farne parte.
Al contrario della figura mitologica del vampiro, essere che succhiava sangue agli umani per prolungare la sua esistenza pur essendo praticamente morto, i Kairosyani si nutrivano della parte più preziosa dell’essere umano, ossia il suo tempo.
E tanti di loro, pur essendo stati umani un tempo, avevano perso il ricordo di tutto ciò, quando erano stati trasformati in strumenti per la vendetta ‘divina’.
Un brillìo tenue, di una carica sfumatura d’azzurro catturò la sua attenzione e, concentrandosi sull’obiettivo, con un leggero movimento del capo spostò il suo corpo o quello che ne rimaneva, verso la vittima.
Arrivò alle spalle della giovane donna che sedeva all’ombra del monumento. Era assorta a guardare il campanile della piazza, mentre dava un morso svogliato all’hot-dog che aveva comprato al chiosco.

... continua ...

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